Soli, ma insieme: il rumore che ci protegge dal silenzio

Soli, ma insieme: il rumore che ci protegge dal silenzio

Due sedie vuote sulla spiaggia, rivolte l’una verso l’altra davanti al mare, nella luce dorata

È un pomeriggio di fine estate e la spiaggia comincia a svuotarsi. Poco più in là c’è un gruppo di amici che conosco bene: ombrelloni accostati, una borsa frigo condivisa, qualcuno che racconta ad alta voce una storia che gli altri hanno già sentito, e tutti che ridono come se fosse la prima volta. Mio figlio li guarda per un po’, poi si gira verso di me e dice, con la naturalezza spiazzante che hanno solo i ragazzi: «Ma non si sopportano. Però stanno sempre insieme».

Non ho risposto subito. Quella compagnia l’avevo frequentata a lungo, con piacere e con la gentilezza che cerco di avere con tutti, e non mi ero mai chiesto davvero che cosa la tenesse insieme. Eppure gli indizi c’erano. Nelle confidenze che ricevevo, ciascuno aveva qualcosa da dire sugli altri: giudizi sussurrati dopo una cena, ironie su chi era appena andato via, la fatica dichiarata di doversi rivedere il sabato successivo. E il sabato successivo, puntualmente, ci si rivedeva, come per le cene, i concerti, gli aperitivi, le gite e perfino qualche viaggio. Mio figlio aveva visto in un pomeriggio quello che io avevo sotto gli occhi da anni.

Il rumore come rifugio

Pascal scriveva che tutta l’infelicità degli uomini deriva dal non saper restare tranquilli in una stanza. Lo diceva nel Seicento, quando il “divertimento” non aveva ancora la forma di una chat di gruppo sempre accesa, ma il meccanismo che descriveva è lo stesso: ci teniamo occupati per non doverci incontrare. Il divertissement, per lui, era la distrazione, il voltarsi altrove per non vedere la propria condizione.

Ci sono compagnie che funzionano proprio così. Nascono da un bisogno condiviso di riempire il tempo più che da un’affinità, e il calendario pieno diventa la prova che la vita va bene. Eppure, se si ascolta con attenzione, quello che circola tra loro è un rumore di fondo più che intimità: chiacchiere che non chiedono nulla, battute che non rischiano nulla, presenze che non si incontrano davvero. È un rumore fastidioso, a volte, ma per chi ne ha bisogno ha un pregio enorme: copre il silenzio.

La chiacchiera che tiene insieme

Il collante di queste compagnie, spesso, è la critica più che l’affetto. Chi è assente diventa l’argomento della serata: il lavoro di qualcuno, le scelte di un altro, la coppia appena uscita dal locale. Si sorride a chi arriva e si commenta chi se ne va. Ognuno, in privato, custodisce una lista di cose che degli altri non sopporta e la condivide con chi in quel momento gli sta accanto, salvo ritrovarsi la volta dopo seduto alla stessa tavola, a brindare con le stesse persone.

Heidegger chiamava “chiacchiera” questo parlare che ha perso il contatto con ciò di cui parla: si ripete, passa di bocca in bocca, dà l’impressione di aver capito tutto senza aver mai guardato davvero. È la forma più comoda della vita inautentica, quella in cui ci si lascia vivere dal “si dice” invece di rispondere in prima persona. E c’è una regola che chiunque abbia ricevuto molte confidenze impara prima o poi: chi parla con te degli altri, con gli altri parla di te. Le spalle, in un gruppo così, sono un territorio condiviso. Tutti lo sanno, e proprio per questo nessuno se ne va, perché uscire significherebbe diventare, finalmente e per tutti, l’argomento preferito.

Perché il silenzio fa così paura

Restare soli con se stessi significa ascoltare domande che di solito teniamo a distanza. Chi sono quando nessuno mi guarda? Che cosa ho scelto, nella mia vita, e che cosa invece mi è semplicemente capitato? Molte persone hanno avuto tanto senza aver mai davvero deciso nulla: una casa trovata pronta, un lavoro ereditato, legami arrivati per consuetudine più che per desiderio. Non è una colpa, ma ha un prezzo. Chi non ha mai scelto fatica a riconoscersi, e chi non si riconosce teme il momento in cui la stanza diventa silenziosa, perché in quel silenzio potrebbe non trovare nessuno.

Il gruppo allora diventa una specie di anestesia relazionale. Non ci si ama, ma ci si tiene compagnia; non ci si stima, ma ci si conferma a vicenda che va tutto bene. È un equilibrio fragile e allo stesso tempo straordinariamente resistente, perché nessuno ha interesse a romperlo.

Il prigioniero che torna nella caverna

Platone racconta di un prigioniero che, liberato dalle catene, esce dalla caverna e vede finalmente la luce. Quando torna indietro per raccontare agli altri che le ombre sul muro non sono la realtà, non viene accolto come un liberatore. Viene deriso, perché i suoi occhi non si abituano più al buio e le sue parole minacciano un mondo in cui tutti, in fondo, stanno comodi. Platone aggiunge un dettaglio inquietante: se potessero, lo ucciderebbero.

Chi esce da un gruppo così, o chi semplicemente comincia a vederlo per quello che è, sperimenta qualcosa di simile. Non serve aver detto parole terribili: basta aver smesso di partecipare al rumore. La distanza di chi non si adegua viene vissuta come un’accusa, e spesso la risposta è l’ironia, l’esclusione, la versione dei fatti riscritta a beneficio di chi resta. Fa male, e non va minimizzato. Ma c’è anche una consolazione sottile in quel dolore: significa che si è usciti dalla caverna.

Una stanza abitata

Sherry Turkle ha parlato di una generazione “insieme ma soli”, connessa e allo stesso tempo incapace di stare davvero con qualcuno. La sua intuizione vale anche lontano dagli schermi. Esiste una solitudine che isola e una solitudine che nutre. La prima è quella da cui il gruppo rumoroso protegge e che, paradossalmente, alimenta, perché si è circondati ma nessuno conosce nessuno. La seconda è quella di chi ha imparato a stare nella propria stanza senza fuggire, e proprio per questo può scegliere con chi condividere il tempo. Rilke invitava il giovane poeta ad amare la propria solitudine e a sopportarne il dolore, perché è lì che si prepara la capacità di incontrare l’altro senza usarlo.

È la solitudine che conosco io. Passo da solo la maggior parte del mio tempo libero e non lo vivo come un vuoto da riempire: è il tempo in cui scrivo, in cui lavoro al mio libro e a questo blog, in cui provo strade che non conosco. Ho scelto, per esempio, di non affidare il libro a un editore e di pubblicarlo in autonomia, per imparare sulla mia pelle che cosa significa far arrivare un’idea alle persone, anche attraverso i social. Sono cose che si possono fare soltanto quando il silenzio è un luogo abitato e non una minaccia.

Per questo quella compagnia non è mai stata, per me, un riparo. La frequentavo perché mi piaceva, perché credevo che fosse amicizia e perché la gentilezza verso gli altri mi viene naturale. Forse è proprio questa la differenza che quel pomeriggio, sulla spiaggia, mi è apparsa così nitida: chi non ha paura della propria stanza può uscire dalla caverna senza voltarsi indietro, mentre chi la teme ha bisogno che la caverna resti piena, rumorosa, sempre abitata da qualcuno di cui parlare.

Davanti allo specchio

Non scrivo queste righe per giudicare chi resta nel rumore. Ognuno porta ferite che da fuori non si vedono, e spesso chi non sopporta il silenzio ha conosciuto, da bambino, troppo silenzio o troppo frastuono. La frase di mio figlio non mi ha rivelato una paura che non avevo; mi ha restituito uno sguardo più limpido su qualcosa che avevo scambiato per amicizia. Fa male accorgersene, soprattutto quando si è dato con sincerità, ma è un dolore che libera, perché insegna a distinguere chi ci cerca da chi ci usa per non restare solo con sé.

Forse la domanda che vale la pena portarsi a casa è semplice e scomoda insieme: le persone con cui passo il mio tempo le ho scelte, o mi servono per non sentirmi? Non c’è vergogna nella risposta, qualunque sia. C’è solo la possibilità, ogni volta che la si pone sul serio, di uscire un passo in più verso la luce.

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