Aula vuota con lavagna e banchi illuminati dal sole
Foto: Barry Zhou / Unsplash

Il silenzio dopo «Fra, vaffanculo»

Aula vuota con lavagna e banchi illuminati dal sole

Che cosa si decide nei pochi secondi in cui un insegnante non risponde

Primo giorno di lezione in una classe prima. Ci stiamo ancora studiando: io non conosco i loro nomi, loro non sanno chi sono io.

Una studentessa mi dà le spalle. Le chiedo, con garbo, di voltarsi e di non restare girata mentre facciamo lezione.

«Fra, vaffanculo».

Per chi non passa le mattine nei corridoi di una scuola: «fra» viene da fratello. Tra ragazzi è un modo confidenziale di chiamarsi, quasi un intercalare. Rivolto a un professore appena conosciuto, e seguito da quella parola, diventa un’altra cosa. Accorcia la distanza e la colpisce nello stesso momento.

Non ho risposto subito. Sono rimasto in silenzio per qualche secondo.

È di quei secondi che vorrei scrivere.

Una frase detta davanti a tutti

Un insulto ricevuto a tu per tu si può anche lasciar cadere. Davanti a una classe è diverso, perché una classe è un pubblico, e un pubblico aspetta. Una frase così sembra pretendere una risposta, e la pretende subito.

Le risposte possibili, in momenti simili, si affacciano tutte insieme. Alzare la voce. Rispondere a tono, magari con una battuta che riporti la classe dalla parte dell’adulto. Aprire il registro e scrivere una nota. Chiamare qualcuno.

Nessuna è assurda. Alcune, in altre situazioni, sono quelle giuste. Hanno però un tratto in comune: arrivano prima di aver guardato.

Che cosa ho guardato

In quei secondi ho osservato lei, e ho osservato la classe.

Non proverò a descrivere le loro facce. So quanto la memoria, in storie come questa, tenda a sistemare i particolari a favore di chi racconta, e non voglio trasformare i compagni in un coro che mi dà ragione.

Posso dire invece che cosa cercavo di capire. Se quella frase era rivolta a me o agli altri. Se era scappata o se era pronta da tempo. Se dietro c’era rabbia, paura, noia, oppure una forma di coraggio che a quell’età, a volte, somiglia molto all’arroganza.

Le domande erano più numerose dei secondi a disposizione. Il silenzio non serviva a rispondere. Serviva a non rispondere troppo presto.

Quello che succede dentro

Sarebbe comodo descrivere quel silenzio come calma interiore. Chi insegna sa che, in momenti così, dentro si muove parecchio.

Un insulto resta un insulto, anche dopo diciotto anni di scuola e un numero di frasi sentite che non saprei più contare. Il ruolo si sente toccato e chiede di essere difeso. E poi c’è l’orgoglio, che è meno nobile del ruolo e spesso si traveste da lui.

Il silenzio non elimina niente di tutto questo. Al massimo gli toglie la parola per qualche secondo.

Un silenzio non resta vuoto

C’è un’altra cosa che quei secondi mi hanno ricordato: un silenzio non è mai neutro. Lo riempie chi lo ascolta.

Per lei poteva essere freddezza, sfida, minaccia, perfino debolezza. Per la classe, non so. Non ho modo di sapere come sia stato letto, e il fatto di scriverne adesso non mi autorizza a deciderlo io.

Poi ho parlato. Le ho chiesto, educatamente, di uscire dall’aula. Mentre usciva le ho ricordato di prendere il telefono, «per non annoiarsi».

Di tutta la scena, è il passaggio su cui ho più dubbi. Si può leggere come un modo di togliere drammaticità all’uscita, di far capire che non era una condanna. Si può leggere anche come ironia. E l’ironia di chi ha il potere di mandarti fuori pesa più di quanto immagini chi la usa. Probabilmente, in quella frase, c’erano tutte e due le cose.

Dopo una decina di minuti lei ha chiesto se poteva rientrare. Le ho risposto, con lo stesso tono, che ormai avrebbe passato il resto dell’ora ad annoiarsi in corridoio, e le ho offerto un caffè alle macchinette, come gesto di pace. Ha rifiutato il caffè ed è rimasta seduta fuori dall’aula fino alla fine dell’ora.

Quanto valgono pochi secondi

Non so se quel silenzio le abbia fatto bene. Scrivendone, sospetto che sia servito soprattutto a me: a non lasciare che la prima risposta fosse la più istintiva, a non trasformare quell’ora in una gara tra chi alza di più la voce.

È poco. Quei secondi non hanno chiarito nulla di lei e non hanno sistemato niente. Le scelte venute dopo restano discutibili, e le discuto.

Pochi secondi non decidono un rapporto. Decidono, al massimo, quale sarà la prima cosa che l’altro sentirà da te.

Quel giorno, la prima cosa che lei ha sentito da me dopo il suo insulto è stata niente.

Ancora oggi non so dire se sia stato il regalo migliore che potessi farle o soltanto il più prudente.

Su questo blog racconto la scuola dal lato di chi ci passa le mattine, compresi i dubbi che restano dopo.

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