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Visualizzazione dei post da ottobre, 2026

Soli, ma insieme: il rumore che ci protegge dal silenzio

È un pomeriggio di fine estate e la spiaggia comincia a svuotarsi. Poco più in là c’è un gruppo di amici che conosco bene: ombrelloni accostati, una borsa frigo condivisa, qualcuno che racconta ad alta voce una storia che gli altri hanno già sentito, e tutti che ridono come se fosse la prima volta. Mio figlio li guarda per un po’, poi si gira verso di me e dice, con la naturalezza spiazzante che hanno solo i ragazzi: «Ma non si sopportano. Però stanno sempre insieme». Non ho risposto subito. Quella compagnia l’avevo frequentata a lungo, con piacere e con la gentilezza che cerco di avere con tutti, e non mi ero mai chiesto davvero che cosa la tenesse insieme. Eppure gli indizi c’erano. Nelle confidenze che ricevevo, ciascuno aveva qualcosa da dire sugli altri: giudizi sussurrati dopo una cena, ironie su chi era appena andato via, la fatica dichiarata di doversi rivedere il sabato successivo. E il sabato successivo, puntualmente, ci si rivedeva, come per le cene, i concerti, gli aperi...
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Il silenzio dopo «Fra, vaffanculo»

Che cosa si decide nei pochi secondi in cui un insegnante non risponde Primo giorno di lezione in una classe prima. Ci stiamo ancora studiando: io non conosco i loro nomi, loro non sanno chi sono io. Una studentessa mi dà le spalle. Le chiedo, con garbo, di voltarsi e di non restare girata mentre facciamo lezione. «Fra, vaffanculo». Per chi non passa le mattine nei corridoi di una scuola: «fra» viene da fratello. Tra ragazzi è un modo confidenziale di chiamarsi, quasi un intercalare. Rivolto a un professore appena conosciuto, e seguito da quella parola, diventa un’altra cosa. Accorcia la distanza e la colpisce nello stesso momento. Non ho risposto subito. Sono rimasto in silenzio per qualche secondo. È di quei secondi che vorrei scrivere. Una frase detta davanti a tutti Un insulto ricevuto a tu per tu si può anche lasciar cadere. Davanti a una classe è diverso, perché una classe è un pubblico, e un pubblico aspetta. Una frase così sembra pretendere una risposta, e la pretende...
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Scrivere con l’intelligenza artificiale: la voce è ancora nostra?

Sono quasi le undici e mezza. Dopo una discussione, vorresti scrivere un messaggio di scuse. Ne hai cominciati tre: uno troppo freddo, uno troppo lungo, uno che suonava come una giustificazione. Allora apri un’app e scrivi: «Aiutami a chiedere scusa in modo sincero, senza sembrare melenso». Dopo pochi secondi il testo è lì. È equilibrato, caldo, perfino bello. Il dito resta sospeso sopra “invia”. Quelle parole dicono davvero ciò che senti? Oppure esprimono qualcosa che suona bene, ma che non hai ancora fatto tuo? La domanda riguarda l’intelligenza artificiale, ma tocca una questione più antica: che cosa rende nostre le parole che rivolgiamo agli altri? Un aiuto antico Chiedere aiuto per trovare le parole non è una novità. Chi non sapeva scrivere poteva rivolgersi a uno scrivano pubblico. Compriamo biglietti d’auguri con frasi già stampate. Chiediamo a un amico di rileggere una lettera importante. Un biglietto comprato in cartoleria non rende necessariamente falso l’affetto di c...
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