Chi mente sempre: capire le bugie, proteggere la fiducia
Venerdì sera, pizzeria. Un amico racconta di aver incontrato un calciatore famoso all’aeroporto. Dice che hanno parlato a lungo, aggiunge un particolare, poi un altro. Qualcuno fa una domanda. Tu rimani in silenzio: proprio quel giorno ti aveva scritto di essere a casa con la febbre.
Potresti aver capito male. Una data può sfuggire, un ricordo può confondersi. Ma non è la prima volta che qualcosa non torna. C’è stato quel viaggio di cui cambiavano continuamente i dettagli. Quel lavoro prima ottenuto, poi mai cominciato. Quella conoscenza importante che nessuno ha mai incontrato.
All’inizio lasci correre. Poi cominci ad ascoltare in un modo diverso. Mentre lui parla, tu confronti, ricordi, cerchi conferme. E forse è proprio questo a dispiacerti di più: eri uscito per stare con un amico, ti ritrovi a verificare una storia.
Che cosa cerca una bugia?
Davanti a chi mente spesso, le parole arrivano in fretta: bugiardo seriale, narcisista, manipolatore. Danno un nome al nostro disagio e, per un momento, ci sembra di aver capito.
Ma nominare un comportamento non significa conoscerne la ragione.
A volte il vantaggio di una bugia è evidente: evitare una responsabilità, ottenere qualcosa, nascondere un gesto. Altre volte è meno visibile. Quel racconto straordinario potrebbe cercare attenzione, approvazione, un posto nella conversazione. Potrebbe servire a coprire una vergogna. Sono possibilità, non spiegazioni da applicare a chiunque.
L’amico della pizzeria vuole impressionare il tavolo? Teme che la sua vita, raccontata per com’è, non interessi a nessuno? Oppure sta cercando di ottenere qualcosa che ancora non vediamo? Da quella serata non possiamo saperlo.
Possiamo però accorgerci di ciò che sta succedendo tra noi.
Mentire, in qualche misura, è un’esperienza comune. Diciamo che il regalo ci piace, che siamo quasi arrivati mentre cerchiamo ancora le chiavi, che va tutto bene perché non abbiamo voglia di spiegare. Queste situazioni hanno intenzioni e conseguenze diverse. Metterle tutte sullo stesso piano ci impedisce di capire quando la menzogna comincia a occupare troppo spazio.
Una ricerca di Kim Serota e colleghi, pubblicata nel 2010, ha mostrato che le bugie dichiarate dai partecipanti si concentravano soprattutto in una piccola parte del campione. Il dato riguardava ciò che le persone riferivano sulle ventiquattro ore precedenti: non permetteva, da solo, di distinguere un’abitudine da un problema clinico.
Anche gli studi sulla menzogna patologica invitano a distinguere. Drew Curtis e Christian Hart hanno proposto di riconoscere come condizione specifica un mentire persistente, pervasivo e associato a sofferenza o difficoltà nella vita quotidiana. È una proposta di ricerca, non un’etichetta che possiamo assegnare a un conoscente.
Dire spesso il falso, da solo, non basta nemmeno a concludere che una persona abbia un disturbo narcisistico. Possiamo descrivere le bugie che abbiamo ascoltato e le loro conseguenze. Per una diagnosi occorre ben altro.
Tra ciò che sappiamo e ciò che raccontiamo
Sant’Agostino, nel De mendacio, distingue l’errore dalla menzogna. Chi afferma qualcosa di falso credendolo vero si sbaglia. Chi dice ciò che ritiene falso con l’intenzione di ingannare, invece, mente.
È una distinzione che ci chiede attenzione anche quando siamo feriti. Una contraddizione può far nascere una domanda; non ci consegna automaticamente la certezza di un inganno.
Quando le falsità si ripetono, però, quella domanda diventa difficile da ignorare. E può portarne con sé un’altra: quanto pesa, per questa persona, mostrarsi senza aggiungere nulla?
Forse alcuni racconti nascono proprio lì, nella distanza tra la vita che si ha e quella che si vorrebbe far vedere. Non possiamo presumere che sia sempre così. Possiamo lasciare aperta questa possibilità senza usarla per giustificare tutto.
C’è qualcosa che riguarda anche noi, pur nelle differenze: il desiderio di essere accolti, la paura di apparire poco interessanti, la tentazione di rendere più bella una parte della nostra storia. Riconoscerlo può renderci meno sbrigativi nel giudicare. Non cancella la responsabilità di ciò che diciamo.
Nel Vangelo di Giovanni Gesù dice: «conoscerete la verità e la verità vi farà liberi». Parla del rapporto con lui e della libertà dal peccato, non delle piccole falsità di una sera tra amici. Quel legame tra verità e libertà, tuttavia, mi fa pensare alla fatica di dover sostenere una versione inventata di sé.
Ricordare che cosa si è detto. A chi. Quale dettaglio si è aggiunto. Evitare una domanda perché potrebbe condurre proprio nel punto che si voleva nascondere.
Quanto spazio rimane per incontrare davvero qualcuno, se bisogna sorvegliare ogni parola?
Quando non sai più a che cosa credere
Fin qui abbiamo guardato soprattutto chi mente. Ma dall’altra parte ci sei anche tu.
Ci sono le promesse su cui ti sei organizzato. Le decisioni prese fidandoti di un racconto. Le volte in cui hai difeso quella persona, per poi scoprire che ti mancava una parte della storia.
E c’è una stanchezza difficile da spiegare: non sapere più quando puoi smettere di controllare. Perfino una frase normale diventa qualcosa da esaminare. Ti domandi se stai esagerando, se sei diventato troppo sospettoso, se la prossima volta sarà diverso.
Cercare di capire le ragioni di qualcuno non ti obbliga a considerare irrilevante ciò che ti è accaduto. Puoi volergli bene e avere bisogno di distanza. Puoi ascoltare una spiegazione e non sentirti ancora pronto a fidarti.
La fiducia non torna soltanto perché viene chiesta. Ha bisogno di trovare riscontro nei comportamenti, anche nei dettagli ordinari: una promessa mantenuta, un errore ammesso senza inventare un’altra versione, la disponibilità a rispondere di ciò che si è fatto.
Non sei tu a dover costruire questi riscontri al posto dell’altra persona.
Tornare a quel tavolo
Che cosa fare, allora, con l’amico della pizzeria?
Se desideri parlarne, puoi scegliere un momento in cui siete soli. Partire da un episodio preciso, senza trasformare tutta la sua persona in un’accusa: «Mi avevi detto che quel giorno eri a casa. Stasera hai raccontato un’altra cosa. Non capisco, e questa situazione mi mette in difficoltà».
Poi ascoltare. Anche per lasciare spazio a un chiarimento che non avevi considerato.
Se le incongruenze continuano, puoi dire ciò di cui hai bisogno: non dover indovinare ogni volta quale versione sia vera. Puoi anche spiegare che la sua compagnia ti interessa senza incontri eccezionali da raccontare. Ma il tuo affetto non può garantire che qualcosa cambi.
Quando il mentire è persistente e porta sofferenza o compromette le relazioni, può essere opportuno rivolgersi a un professionista. Puoi suggerirlo con rispetto. Non spetta a te assumere quel ruolo.
E se le bugie continuano a coinvolgerti in situazioni che ti danneggiano, puoi scegliere quanto spazio lasciare a quella relazione. Non occorre arrivare a una spiegazione definitiva dell’altro per riconoscere un tuo limite.
Nel libro di Collodi, la Fata dice a Pinocchio che le bugie si riconoscono subito: alcune hanno le gambe corte, altre il naso lungo. Nelle nostre relazioni non è sempre così semplice. A volte ce ne accorgiamo poco per volta, quando i dettagli smettono di combaciare.
Poi arriva un momento in cui viene detta una cosa vera e non riusciamo più ad accoglierla senza dubitare. È una delle conseguenze più dolorose delle bugie ripetute: anche la sincerità, quando finalmente trova posto, deve attraversare la sfiducia che si è accumulata.
Forse, tornando con la mente a quella pizzeria, non ti interessa più sapere se il calciatore ci fosse davvero. Ti manca poter ascoltare il tuo amico senza fare conti.
Ti è capitato di perdere questa tranquillità con qualcuno? Che cosa ti è servito per capire se potevi tornare a fidarti?
Riferimenti
- Kim B. Serota, Timothy R. Levine e Franklin J. Boster, The Prevalence of Lying in America: Three Studies of Self-Reported Lies, 2010.
- Drew A. Curtis e Christian L. Hart, Pathological Lying: Theoretical and Empirical Support for a Diagnostic Entity, 2020.
- Agostino d’Ippona, La menzogna.
- Vangelo di Giovanni, 8,31–36, traduzione CEI 2008.
- Carlo Collodi, Le avventure di Pinocchio, capitolo XVII.
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