Lago e montagne nella luce notturna
Foto: Henry Gressmann / Unsplash

Voglia di cambiare aria: partire serve davvero?

Lago e montagne nella luce notturna

Martedì, pausa pranzo. Scorri il telefono e ti fermi sulle foto di un ex compagno di scuola che si è trasferito in un’altra città: una finestra aperta sul mare, una bicicletta appoggiata al muro, una didascalia che parla di “vita nuova”. Poi torni alla scrivania, alla luce dell’ufficio, alla strada che fai ogni mattina da anni. Per tutto il pomeriggio ti accompagna un pensiero: se fossi altrove, starei meglio.

Quel pensiero merita di essere ascoltato. Può contenere una stanchezza momentanea, una possibilità trascurata, qualcosa che da tempo cerca spazio. Capire che cosa ci stia chiedendo è già più difficile. Perché nell’immagine di una vita diversa vediamo subito ciò che vorremmo trovare e molto meno ciò che porteremmo con noi.

La finestra sul mare è lì, davanti agli occhi. Il resto dobbiamo ancora immaginarlo.

Guardare il luogo in cui siamo

Fra gli scritti del corpus ippocratico ce n’è uno intitolato Arie, acque e luoghi. Nelle pagine iniziali, il medico che arriva in una città sconosciuta viene invitato a osservare i venti, l’esposizione al sole, la qualità delle acque, il terreno e il succedersi delle stagioni. Deve considerare anche le abitudini degli abitanti: come mangiano, quanto bevono, quale spazio hanno il movimento e la fatica nelle loro giornate.

Prima di formulare un giudizio, deve guardarsi attorno.

È un testo della medicina antica, con conoscenze e categorie lontane dalle nostre. In questo passo il cambiamento di luogo non viene proposto come una cura. L’attenzione è rivolta all’ambiente in cui le persone vivono e alle loro consuetudini.

Mi interessa questo gesto: arrivare in un luogo e osservarlo prima di credere di averlo capito.

Possiamo provare a rivolgere quello sguardo anche agli spazi che conosciamo meglio. La stanza in cui lavoriamo. Il quartiere. La casa nella quale ogni oggetto sembra avere un posto, mentre per alcune parti della nostra vita continuiamo a non trovarlo.

Vivendo a lungo nello stesso ambiente, possiamo finire per guardarlo sempre meno. Sappiamo dove andare, quanto tempo serve, che cosa ci aspetta. La familiarità ci sostiene, ci risparmia molte decisioni. Ma può rendere meno visibili anche le cose che avrebbero bisogno di essere riconsiderate.

Quell’orario ti corrisponde ancora? Quel tragitto è l’unico possibile? C’è uno spazio che attraversi ogni giorno e nel quale non ti fermi mai? E le abitudini che scandiscono il tuo tempo hanno ancora un senso per te, oppure continui a seguirle perché ormai tutto il resto è costruito attorno a loro?

Nel desiderio di partire può esserci anche questo: tornare a vedere.

In una città nuova devi orientarti, scegliere un panificio, capire dove batte il sole nel pomeriggio. Gesti ai quali non prestavi più attenzione tornano a coinvolgerti. Puoi sentirne il piacere, oppure la fatica. La novità porta possibilità, ma anche incertezza, solitudine, cose da imparare.

La vita altrove avrà una sua quotidianità. Prima o poi, anche quella.

Quello che viene con noi

Seneca conosceva bene l’attesa affidata a un viaggio. Nella ventottesima delle Lettere a Lucilio si rivolge all’amico, sorpreso che tanti spostamenti non abbiano dissolto la sua tristezza. Gli ricorda una risposta attribuita a Socrate: come stupirsi che viaggiare non aiuti, se ovunque si va si porta con sé la stessa persona?

Il richiamo è severo. Possiamo cambiare il paesaggio e continuare a ripetere le stesse richieste, gli stessi timori, il medesimo modo di trattarci. La distanza, da sola, non scioglie tutto ciò che ci pesa.

Eppure Seneca non si ferma qui. Nella stessa lettera riconosce che alcuni ambienti possono ostacolare chi sta cercando un equilibrio e che, potendo scegliere, è ragionevole evitare ciò che rende più difficile quel cammino.

Questa precisazione conta. Altrimenti il suo invito rischierebbe di diventare un’accusa: se stai male, il problema sei sempre tu.

Ci sono luoghi in cui vivere è più faticoso. Ci sono condizioni di lavoro, rapporti e ritmi che consumano possibilità reali. Chiedere a una persona di cambiare soltanto il proprio atteggiamento può significare lasciarla sola davanti a ciò che la ferisce.

Accostare lo sguardo ippocratico a quello di Seneca ci permette di tenere aperte entrambe le domande: che cosa ci fa il luogo in cui viviamo, e che cosa portiamo con noi quando partiamo?

Per rispondere occorre distinguere. Una difficoltà che ritroviamo in ogni rapporto chiede un’attenzione diversa da un ambiente nel quale non ci viene lasciato spazio. A volte le due cose si intrecciano. Possiamo avere qualcosa da comprendere di noi e, nello stesso tempo, una situazione da cambiare.

Andarsene può essere una scelta necessaria. Riconoscerlo, però, non significa avere già i mezzi per farlo: ci sono legami, responsabilità, condizioni economiche e di salute con cui fare i conti. La possibilità di partire non è distribuita allo stesso modo per tutti.

Partire verso qualcosa

Nel racconto biblico di Abram, la partenza nasce da una chiamata. In Genesi 12, Dio gli chiede di lasciare la sua terra e la casa paterna, accompagnando quella richiesta con una promessa. La Lettera agli Ebrei riprenderà il racconto sottolineando che Abramo partì senza sapere dove andava.

Mi colpisce questa distanza fra il compiere un passo e il conoscere già tutto il cammino. Una decisione può avere un significato anche quando non siamo in grado di prevederne ogni conseguenza.

Una lettura chassidica presentata in Torah Studies riconosce nell’espressione ebraica lekh lekha anche un movimento verso se stessi, verso la propria vocazione. È un’interpretazione spirituale, da distinguere dalla traduzione del versetto.

Il racconto apre così una domanda ulteriore: verso che cosa desideriamo andare?

Allontanarsi da ciò che fa male e avvicinarsi a qualcosa che sentiamo nostro possono essere parti della stessa scelta. Non sempre sappiamo separarle con chiarezza. Possiamo cominciare a riconoscerle, dando un nome a ciò che speriamo di trovare: tempo, libertà, relazioni diverse, un lavoro sostenibile, la possibilità di vivere senza sentirci continuamente fuori posto.

Prima di cercare casa altrove, vale allora la pena fermarsi su ciò che manca qui. Che cosa chiedi a quella città immaginata? Quale parte della tua giornata vorresti cambiare? E che cosa temi di ritrovare uguale, anche dopo molti chilometri?

Le risposte possono rendere più consapevole una partenza. Possono anche far emergere un cambiamento possibile nel luogo in cui sei: un accordo da rivedere, un’abitudine da interrompere, una richiesta che non hai ancora espresso. E possono aver bisogno di tempo, di un confronto, dell’aiuto di qualcuno.

Le foto del tuo ex compagno mostrano una finestra sul mare. Non raccontano le giornate intere che si svolgono dietro quella finestra.

Guardandola, che cosa desideri davvero: il mare, il tempo, oppure la possibilità di scegliere diversamente le tue giornate?

Da quella risposta può cominciare a prendere forma il tuo cambiamento, con la strada e le condizioni che gli serviranno.

E tu, che cosa hai notato del luogo in cui vivi soltanto tornando dopo un periodo lontano? Se ti va, raccontalo nei commenti.


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